Nel cuore dell’Abruzzo, dove la Majella veglia severa e il vento conosce ogni pietra, nasce Serramonacesca: il primo sguardo, il nuovo documentario firmato da Mauro — poeta dell’immagine e custode di memorie. Un’opera che non descrive, ma accompagna. Non mostra, ma rivela.
Attraverso una narrazione delicata e una regia che lascia spazio al respiro, il film ci invita a percorrere il borgo come si attraversa un ricordo: con rispetto, con lentezza, con occhi che ascoltano. Dalle curve che conducono a Castel Menardo, scolpito nella roccia come un pensiero antico, fino alla Badia di San Liberatore, che non si visita ma si incontra, ogni luogo è trattato come presenza viva, mai come scenografia.
Il documentario si apre con l’arrivo: un primo sguardo che non cerca l’effetto, ma la verità del paesaggio. Il bosco si dirada, le case emergono con discrezione, Marika — pittrice e compagna di viaggio — apre il taccuino e lascia che l’acquerello nasca piano, come se il borgo si lasciasse ritrarre solo a condizione di essere capito.
Nel cuore del paese, tra intonaci stanchi e geometrie irregolari, si incontrano la torre medievale e la chiesa dell’Assunta, testimoni di una storia stratificata, fatta di pietre che parlano e di silenzi che custodiscono. E poi i dintorni: ruderi, sorgenti, calanchi. Luoghi che non si impongono, ma suggeriscono. Frammenti di un racconto che il tempo ha lasciato in sospeso.
Serramonacesca: il primo sguardo è anche un viaggio nelle radici. Il nome stesso — “serra dei monaci” — evoca una spiritualità che cercava rifugio, una terra che ha sempre accolto chi sapeva ascoltare. Dai pastori dell’VIII secolo ai monaci della Badia, dalle querce regine ai calanchi lunari, ogni elemento è parte di un equilibrio fragile e profondo.
Il film non cerca conclusioni. Il suo epilogo è un ritorno diverso, uno sguardo trasformato. Perché alcune esperienze vivono meglio nel non detto. E questo documentario, più che raccontare, lascia che sia il luogo a parlare.
